
La domanda è: siamo quello che performiamo, o siamo quello che resta quando smettiamo di farlo?
Per capirlo conviene guardare a un vecchio del mare: Proteo. Divinità minore, servo di Poseidone, famoso non per la forza ma per la fuga. Se lo afferravi, diventava leone. Se lo stringevi, fiamma. Poi serpente, acqua, albero. Mille metamorfosi, pur di non farsi catturare. Solo quando si arrendeva, diceva la verità.
Il suo dono era la metamorfosi continua, la sua condanna il doverla usare sempre. Proteo non esisteva come volto, ma come sequenza di trasformazioni. Una performance infinita.
Ora, ditemi se non suona familiare. Noi non abbiamo squame e artigli a disposizione, ma filtri, feed e curriculum aggiornati. Cambiamo forma a seconda del contesto: su LinkedIn siamo Apolli vincenti, su Instagram Dionisi sorridenti, su Tinder dèi e ninfe pronti a incantare, su Zoom creature anfibie in bilico tra camicia e pigiama. Non per nascondere il futuro, come faceva Proteo, ma per restare a galla.
È l’epoca delle identità liquide: ci adattiamo al contenitore che ci ospita, pronti a cambiare forma pur di non restare esclusi. Proteo, almeno, custodiva una verità che prima o poi rivelava. Noi invece, quando smettiamo di cambiare maschera, non sempre abbiamo qualcosa da dire.
E capita che la metamorfosi si inceppi. Succede a mezzanotte, davanti al telefono: scrolli, ti distrai, e all’improvviso ti scopri più simile a un pesce fuor d’acqua che a una creatura leggendaria.
E il giorno dopo — ammettiamolo — siamo di nuovo lì, a scegliere il filtro giusto.