Il senso del piacere
derebus privilegio filosodia

A proposito del Privilegio (e di altri aiutini divini)

Ci hanno insegnato che dietro ogni gloria c’è il merito. Poi vai a rivedere i miti e qualche sospetto nasce: Achille non era invincibile per allenamenti spartani, ma per madre divina; Paride non conquistò Elena con fascino irresistibile, ma con una mela truccata da Afrodite; Teseo non uscì dal labirinto con la forza d’animo, bensì col filo prestatogli da Arianna.

Più che eroi, sembrano beneficiari di raccomandazioni olimpiche.

 La trama oggi non è molto diversa. Il founder “visionario” parte già col capitale di famiglia, l’influencer “partito da zero” debutta con algoritmo indulgente e rubrica generosa, l’artista “scoperto per caso” espone prima nello spazio di papà che in uno studio vero, il politico giovane promessa fa tirocinio direttamente ai piani alti — ascensore sociale incluso.

Il problema non è che il privilegio esista: quello c’è sempre stato. Almeno i Greci non si vergognavano a dirlo — dietro l’eroe c’era sempre un aiutino divino, mica storytelling sul talento. Oggi invece lo si camuffa da merito personale, e chi resta senza dèi né corsie preferenziali finisce col pensare: “allora sono io quello sbagliato”.

Il coraggio è buttarsi, il privilegio è sapere che sotto c’è un materasso. Non è uno scandalo: è così da sempre, ieri con gli dèi, oggi con i cognomi. Il punto è non confondere l’una cosa con l’altra. Perché il merito vero esiste — silenzioso, raro, a volte fragile — e vale doppio quando non ha stampelle.

Riconoscerlo, accanto agli aiutini quando ci sono, è l’unico modo per non perdere la misura delle cose.