Il senso del piacere
Di persone che sentono troppo (e altri difetti di fabbrica) derebus

Di persone che sentono troppo (e altri difetti di fabbrica)

Si dice spesso che “ognuno è fatto a modo suo”, che non siamo tutti uguali, e lo si dice con leggerezza, quando non si ha né il tempo né la voglia di entrare davvero nel merito. Eppure è vero: c’è chi sente di più e chi sente di meno. Chi entra in una stanza e capisce subito che aria tira, e chi entra e tira dritto. Chi si porta dietro gli umori degli altri come fossero borse della spesa, e chi viaggia leggero, con lo zainetto. Non è una virtù né un difetto: è un diverso stampo di fabbrica.

Che questo abbia creato problemi non è una novità. Prendiamo Filottete: uno degli eroi diretti a Troia, con una ferita che non guarisce e una certa tendenza a lamentarsi (uno di noi). A un certo punto diventa un problema: rallenta la marcia, abbassa la morale delle truppe, ricorda che si soffre. Così lo lasciano su un’isola e vanno avanti. Crudele? Sì. Ipocrita? No. Almeno lì le cose erano chiare.

Oggi la raccontiamo diversamente. Diciamo che siamo inclusivi, accoglienti, sensibili. Poi però succede che chi sente di più, quando deve decidere, non pensa solo a sé: si fa domande, considera le conseguenze, guarda anche dove finiranno gli altri. E lì la faccenda si complica. Non perché sia incapace, ma perché introduce tempo e attrito dove sarebbe tutto più semplice tirare dritto.

In un mondo che corre, performa e ottimizza tutto, chi sente di più è come quello che vuole leggere le clausole scritte in piccolo prima di firmare. Nulla di illegittimo, anzi. Solo che non scorre. Così non lo si elimina — ci mancherebbe — e nemmeno lo si abbandona su un’isola deserta (niente vacanza, purtroppo): lo si sposta un po’ di lato.

Eppure sono proprio quelli che sentono di più a tenere insieme le cose. Relazioni, equilibri, pezzi delicati che altrimenti saltano. A questo punto, senza farne una questione morale ma pratica, viene da chiederselo: vogliamo davvero chiamarlo un difetto?